Business School 26-27 maggio: il potere delle parole nella crescita dell’imprenditore
Quanto pesano le parole nella vita di un imprenditore?
Molto più di quanto siamo abituati a pensare.
Durante la Business School del 26 e 27 maggio, questo tema è diventato il filo conduttore di due giornate dense di formazione, testimonianze e casi aziendali concreti. Non si è parlato soltanto di comunicazione, ma di qualcosa di ancora più profondo: il modo in cui il linguaggio costruisce la realtà, influenza gli stati emotivi, orienta i comportamenti e determina la qualità delle decisioni.
Perché un’azienda cresce davvero quando cambia il modo in cui l’imprenditore pensa, parla, sceglie e guida le persone.
Le parole non descrivono la realtà: la costruiscono
Nella sessione guidata da Anna Leone, il focus è stato chiaro fin dall’inizio: le parole non sono semplici etichette, ma vere e proprie istruzioni per il cervello.
Ogni frase che ripetiamo, ogni parola che utilizziamo per descrivere noi stessi e ogni espressione che scegliamo nei momenti di difficoltà contribuisce a creare una cornice mentale. Questo meccanismo, definito framing, influenza ciò che vediamo, ciò che ignoriamo e ciò che finiamo per considerare possibile o impossibile.
Dire “sono ansioso” non produce lo stesso effetto di dire “in questo momento sento tensione”. Nel primo caso trasformiamo uno stato temporaneo in identità. Nel secondo lo contestualizziamo, lasciando aperta la possibilità di intervenire e modificare la situazione.
È qui che il linguaggio diventa uno strumento concreto di leadership personale.
Frasi apparentemente innocue come “ci provo”, “scusa se ti disturbo”, “è uguale” o “dipende” possono trasformarsi in messaggi di auto-sabotaggio. Comunicano incertezza, inferiorità, rinuncia alla scelta o delega della responsabilità. Al contrario, parole più precise e consapevoli aiutano a generare presenza, direzione e capacità decisionale.
Il punto non è parlare in modo positivo a tutti i costi. Il punto è imparare a utilizzare un linguaggio utile, coerente e funzionale agli obiettivi che desideriamo raggiungere.
Credenze, identità e comportamento
Le parole diventano ancora più potenti quando si trasformano in credenze.
Molte convinzioni nascono da esperienze vissute, soprattutto quando sono accompagnate da una forte componente emotiva. Da quel momento il cervello costruisce regole e interpretazioni che finiscono per influenzare il comportamento quotidiano.
“Non sono portato”, “non riesco mai”, “gli altri non si fidano”, “devo fare tutto io”: sono esempi di convinzioni che, una volta radicate, tendono a cercare continuamente conferme.
Qui entra in gioco il Sistema Attivatore Reticolare (RAS), il filtro mentale che seleziona le informazioni coerenti con ciò che crediamo vero. Se un imprenditore si ripete che nessuno in azienda è realmente responsabile, tenderà a notare soprattutto gli errori e le mancanze. Rischierà invece di ignorare i segnali di crescita, autonomia e potenziale presenti nelle persone.
Per questo motivo lavorare sul linguaggio significa lavorare anche sulla percezione.
Uno degli esercizi più apprezzati della sessione è stato l’Autopsia Verbale: un’attività che invita a osservare le parole e le frasi che utilizziamo più spesso, classificarle come potenzianti, neutre o limitanti e sostituire quelle che non supportano la direzione che vogliamo dare alla nostra vita e alla nostra attività.
Perché una nuova identità imprenditoriale nasce sempre da un nuovo vocabolario.
Uscire dalla propria caverna
La seconda grande riflessione della Business School è arrivata dall’intervento di Alessandro Vella, che ha utilizzato l’allegoria della caverna di Platone per affrontare il tema della percezione e dell’identità.
L’immagine degli uomini incatenati che osservano soltanto le ombre proiettate sul muro rappresenta una metafora estremamente attuale. Ognuno di noi costruisce infatti la propria visione del mondo attraverso filtri, convinzioni, aspettative e condizionamenti che derivano dalla famiglia, dalla scuola, dall’ambiente professionale e dalla società.
Secondo Vella esistono tre livelli di identità.
L’identità percepita, che corrisponde a ciò che gli altri si aspettano da noi.
L’identità performativa, che rappresenta il ruolo che impariamo a interpretare per ottenere approvazione, risultati o riconoscimento.
L’identità autentica, che emerge quando smettiamo di dover dimostrare qualcosa e iniziamo ad agire in coerenza con ciò che siamo realmente.
Per molti imprenditori questo passaggio rappresenta una sfida decisiva. Spesso si rimane intrappolati in ruoli costruiti nel tempo, continuando a essere il miglior tecnico, il miglior commerciale o il principale risolutore di problemi dell’azienda.
La crescita avviene invece quando si sviluppa la capacità di osservare queste maschere senza identificarsi completamente con esse. Solo allora diventa possibile costruire aziende più autonome, relazioni più autentiche e decisioni più consapevoli.
Tra i concetti che hanno generato maggiore riflessione c’è stato anche il passaggio dal “devo” allo “scelgo”. Una sola parola può trasformare un obbligo in una responsabilità e cambiare profondamente il modo di affrontare il lavoro, il cambiamento e la leadership.
Fabio Pampani: fiducia, concretezza e leadership dal basso
Tra gli ospiti della Business School, Fabio Pampani ha portato una testimonianza di grande valore manageriale e umano.
Il suo percorso professionale, iniziato come commesso e culminato nella guida di Douglas Southern Europe, rappresenta un esempio concreto di crescita costruita attraverso competenza, umiltà e apprendimento continuo.
Nel suo intervento è emerso con forza il tema della fiducia.
Per Pampani il vero patrimonio di un’azienda non è soltanto il fatturato, ma la capacità di far sentire clienti e collaboratori al sicuro. La fiducia richiede anni per essere costruita e può essere persa in pochi istanti. Per questo ogni scelta organizzativa dovrebbe essere valutata anche in base all’impatto che produce sulle persone.
Particolarmente interessante anche la riflessione sulle integrazioni aziendali. Le acquisizioni funzionano quando si valorizzano le eccellenze presenti nelle diverse organizzazioni, evitando approcci basati sull’imposizione e sulla “colonizzazione” culturale.
L’intervento ha inoltre evidenziato come velocità di esecuzione, prontezza decisionale e valorizzazione dei talenti rappresentino oggi fattori competitivi determinanti. Le aziende che crescono sono quelle che riescono a creare contesti in cui le persone possono esprimere al meglio il proprio potenziale.
Il Gioco dei Fatturati: i numeri come conseguenza del cambiamento
Durante la Business School si è svolto anche il tradizionale Gioco dei Fatturati, momento dedicato alla condivisione dei risultati ottenuti dalle aziende partecipanti.
Al di là delle classifiche, è emerso un elemento comune a tutte le realtà premiate: la crescita non nasce mai da una singola iniziativa o da un’azione isolata.
Le testimonianze di Brandi Costruzioni, Ro.En e Tiras Cotton hanno mostrato come i migliori risultati arrivino quando il cambiamento parte dall’imprenditore, coinvolge le prime linee e si traduce progressivamente in nuovi processi, nuove responsabilità e una maggiore consapevolezza organizzativa.
I numeri rappresentano certamente un indicatore importante, ma ciò che conta davvero è il percorso che li rende possibili.
La vera crescita parte dal linguaggio
Il messaggio che ha attraversato l’intera Business School del 26 e 27 maggio è stato chiaro: le parole costruiscono identità, l’identità guida le scelte, le scelte influenzano i comportamenti e i comportamenti determinano i risultati.
Questo principio vale nella vita personale, ma assume un valore ancora maggiore in azienda. Un imprenditore che continua a ripetersi “devo fare tutto io” finirà per creare un’organizzazione dipendente dalla sua presenza. Al contrario, chi si chiede “come posso rendere le persone più autonome?” inizierà a costruire sistemi, responsabilità e processi capaci di sostenere la crescita nel tempo.
Lo stesso vale per i team. Chi resta ancorato al “abbiamo sempre fatto così” difficilmente evolve. Chi impara a domandarsi “cosa possiamo migliorare?” apre la strada all’innovazione e al cambiamento.
Le testimonianze condivise durante queste due giornate hanno mostrato che quando il lavoro sulla persona incontra il lavoro sull’organizzazione, i risultati diventano una naturale conseguenza del percorso intrapreso.
La Business School ha confermato che la crescita imprenditoriale non nasce soltanto da strategie, strumenti o obiettivi commerciali. Nasce prima di tutto da una trasformazione nel modo di pensare, comunicare e guidare le persone. Perché le parole che utilizziamo ogni giorno diventano il sistema operativo della nostra azienda e influenzano direttamente la qualità delle decisioni, delle relazioni e dei risultati che siamo in grado di costruire.
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