[…] Se ti prenderai cura dei tuoi dipendenti, loro si prenderanno cura dei tuoi clienti. Richard Branson’s

 

Dopo mesi segnati da ansia ed esaurimento a causa della pandemia, le persone stanno abbandonando posti di lavoro stabili per avviare nuove attività.

È quello che ha scritto Kevin Roose al New York Times, e di cui ha ampiamente discusso Davide Palamara nel corso del suo intervento alla prima Evo Business School del 2022.

 

Si tratta, in sostanza, della Yolo Economy, o meglio You Only Live Once Economy: tradotto “Si vive una volta sola!”    

È un processo che coinvolge soprattutto i Millenials e la Generazione Z e che ha avuto inizio negli Stati Uniti dove, in 6 mesi, 8 milioni di persone hanno lasciato il proprio posto di lavoro.

 

I settori principalmente coinvolti negli USA sono stati:

 

  • Ristorazione;
  • Consulenza;
  • Commercio;
  • Manifatturiero;
  • Sanità;
  • Grandi multinazionali.

 

Ma quali sono le cause che stanno portando gli Americani alle dimissioni di massa?

 

  1. Paghe considerate insufficienti: i soldi, infatti, da soli non motivano ma certamente demotivano se considerati insufficienti;
  2. Carente considerazione da parte del datore di lavoro (nessuna ipotesi di percorso formativo e di schema incentivante);
  3. Team di lavoro non coeso e non compatto con scarsa empatia tra i dipendenti.

 

Non è, però, un fenomeno che riguarda solo gli Stati Uniti: le dimissioni di massa, infatti, hanno colpito anche l’Italia dove, nel secondo semestre del 2021, i dati del Ministero del Lavoro contano 484mila dimissioni volontarie.

 

Secondo un articolo del Corriere della Sera risalente al 25 gennaio 2022, inoltre, i settori principalmente coinvolti in Italia sono:

 

  • Informatico e digitale (32%);
  • Produzione (28%);
  • Marketing e Commerciale (27%).

 

Mentre le cause riguardano:

 

  1. Maggiori opportunità grazie a una ripresa del mercato del lavoro;
  2. Condizioni economiche più favorevoli in un’altra azienda;
  3. Maggior equilibrio tra vita privata e lavorativa;
  4. Maggiori opportunità di carriera;
  5. Perseguire la ricerca di un nuovo senso di vita;
  6. Uscire da un clima lavorativo negativo.

 

È evidente, dunque, come nel tempo ci sia stato un cambiamento aspirazionale da parte dei lavoratori: se, infatti, prima si puntava ad una scalata senza pietà nell’organigramma aziendale, oggi non solo si cerca serenità sul posto di lavoro, ma si guarda anche alla mission aziendale affinché si basi sulla sostenibilità etica ed ecologica.

 

Ma, allora, la domanda sorge spontanea: qual è la risposta delle aziende? Come reagiscono?

 

Secondo lo stesso articolo, sono 3 i punti cardine:

 

  1. Sostituiscono i fuoriusciti con altri dipendenti con contratti a tempo determinato o indeterminato;
  2. Riorganizzano i processi produttivi;
  3. Aspettano per valutare, nel tempo, gli impatti del fenomeno.

 

In sostanza, cosa cercano i collaboratori di un’azienda?

 

Sulla tematica si è soffermato, invece, Alessandro Vella: una ricerca di Randstad del 2021, conferma, grosso modo, quanto già anticipato.

 

Dunque, i 5 fattori che influenzano i collaboratori a rimanere in un’azienda sono:

 

  1. Buon equilibrio fra vita lavorativa e vita privata;
  2. Atmosfera di lavoro;
  3. Retribuzione e benefit interessanti;
  4. Sicurezza del posto di lavoro;
  5. Visibilità del percorso di carriera.

 

Ci sono, tuttavia, delle differenze tra le diverse generazioni: se, infatti, la generazione Z (18-24 anni) cerca un datore di lavoro che dia valore alla diversità e all’inclusione, i millennials (25-34 anni) prediligono un’atmosfera di lavoro piacevole. Sono, invece, gli appartenenti alla generazione x (35-54 anni) e i boomers (55-64 anni) ad essere interessati, rispettivamente, a retribuzione e benefit e ad una solidità finanziaria da parte dell’azienda.

 

Insomma, i motivi che portano i dipendenti a lasciare un’azienda riguardano, sostanzialmente, lo stipendio basso, benefit poco interessanti, rapporti con i manager, disallineamento tra i valori personali e quelli dell’azienda, così come la mancanza di motivazione.

 

Dunque, sembrerebbe che solo i dipendenti davvero coinvolti nel loro lavoro possano far crescere un’azienda. Infatti, maggiore è la motivazione e l’impegno dei dipendenti, maggiore è la loro produttività e il loro contributo alla crescita e al successo della stessa.

 

Allora, come motivare i collaboratori?

 

Ne ha parlato Michele Paesani, sostenendo l’importanza di 4 forze propulsive al riguardo:

 

  1. Relazione stimolante: è fondamentale una relazione capo-collaboratore stimolante;
  2. Una fonte ispiratrice: è fondamentale, per i collaboratori, avere un modello a cui ispirarsi. Di conseguenza, un capo dovrebbe rappresentare un modello per generare motivazione;
  3. Autonomia: anche essere autonomi genera motivazione. Delegare, allora, genera motivazione.
  4. Risultati veri: sentirsi gratificati. Dunque, riconoscere i risultati nel loro valore.

 

Insomma, come diceva Richard Branson’s “I clienti non vengono mai per primi! I dipendenti sono al primo posto. Se ti prenderai cura dei tuoi dipendenti, loro si prenderanno cura dei tuoi clienti”.

 

Vuoi sapere, allora, come fare per occuparti del tuo personale?

 

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